Medium ha lanciato una versione della sua piattaforma per editori e blogger, che dà più possibilità di personalizzazione (poche, comunque, mi pare di capire), un tool per migrare il proprio archivio/sito facilmente, possibilità di mantenere il proprio dominio (senza dover reindirizzare i lettori a medium.com) e alcune vie per guadagnare — offrendo una membership ai propri lettori, rendendo certi articoli visibili solo dopo il pagamento, o attraverso l’inclusione dei post sponsorizzati delle aziende che scelgono di farsi pubblicità su Medium (fra queste, per il momento: Bose, SoFi, Nest e Intel).

Medium for Publishers, oltretutto, sarà completamente gratuito — un bel vantaggio sul costo di creazione/manutenzione del proprio CMS e sito. Diversi editori, come The Awl, il Pacific Standard e Electric Literature ne stanno già facendo uso e si sono spostati lì sopra.

Dal post dell’annuncio:

We want Medium to be your write-once, publish-anywhere destination. That’s why we’ll soon launch compatibility support for Facebook Instant Articles and Google Accelerated Mobile Pages (AMP). We’ve also brought collections to the web, showcasing the breadth and best of Medium.

Ben Brooks ha tolto le statistiche dal proprio blog, perché il numero di visite e pagine viste è davvero una metrica piuttosto inutile e per evitare di rimanerne influenzato:

You start to analyze which posts get the most traffic. You begin to wonder why: was it the style, the topic, the humor, the images. What was it that made that post so popular?

And since you do that, you start to think you should keep writing on the topics which were popular in the past.

This puts you in the bad spot. You will soon feel cornered into a particular type of post, a particular style. You’ll feel stuck.

Questo blog usa GoSquared, che però controllo sempre meno — e per questa ragione il post di Ben Brooks mi spinge a considerare a mia volta l’idea di fare a meno delle statistiche.

A tal proposito, Medium a sua volta — per quantificare se un articolo abbia successo o meno, con tutti i problemi che incorrono — ignora il numero di visitatori, guardando invece al tempo che è stato speso leggendo un articolo. Scrive Ev Evans:

We pay more attention to time spent reading than number of visitors at Medium because, in a world of infinite content — where there are a million shiny attention-grabbing objects a touch away and notifications coming in constantly — it’s meaningful when someone is actually spending time. After all, for a currency to be valuable, it has to be scarce. And while the amount of attention people are willing to give to media and the Internet in general has skyrocketed — largely due to having a screen and connection with them everywhere — it eventually is finite. […]

If you look at the other best tech company there is — Apple — it’s clear they are not optimizing for number of people using their products. While network effects (and revenue) mean that they clearly care about that, they’ve built the most valuable company on the planet by focusing on building the best product possible — in fact, one of their strategies is building an integrated set of products and selling as many of them as possible to the same user (at a healthy margin).

Daniel Jalkut, lo sviluppatore di MarsEdit, sulla nuova API di Medium:

One of the most unique aspects to Medium’s API is the provision for specifying a canonical URL and license on a post being submitted to the service. The canonical URL refers to another web location that should be considered the original, or most authoritative version of a post, while the license designates whether the post’s copyright terms stipulate a post is sharable as public domain or under a particular Creative Commons license. These attributes together indicate that Medium expects and encourages users of the API to contribute content that is not intended to be exclusive to Medium.

As a blogging enthusiast, I like the presence of these attributes because it implies support for a broad range of API client uses, and also because it acknowledges the value of diversity of web content. One of the criticisms of Medium over the past couple years has been the extent to which it encourages writers to abandon their own custom domain names in favor of a proprietary Medium.com based soapbox. These attributes encourage writers who favor their own canonical web sites to nonetheless engage in Medium’s network of readers, writers, and commenters.

È dunque possibile, per un articolo inviato a Medium tramite l’API, specificare fra i parametri dell’articolo l’indirizzo canonico a cui l’articolo risiede. Medium quindi riconosce e anzi incoraggia la ridistribuzione di contenuti che esistono principalmente e originalmente altrove — ponendosi come network di distribuzione.

Medium è un social network.

Medium è un social network

Il passaggio da strumento di scrittura, con focus su contenuti longform al punto dal portare all’acquisto di Matter e assemblare una redazione, a social network è stato annunciato da Ev Williams pochi giorni fa. Medium sarebbe soprattutto la rete sociale — i commenti, le interazioni e condivisioni, un luogo che permette a dei contenuti di trovare dei lettori.

Scrive Ev:

In the last few months, we’ve shifted more of our attention on the product side from creating tool value to creating network value. What does this mean? Obviously, one form of that value is distribution. And there’s no doubt that something published on Medium has a higher likelihood to find an audience than the same thing published on an untrafficked island on the web. […]

That’s why I say Medium is not a publishing tool. It’s a network. A network of ideas that build off each other. And people.

La facilità di scrittura e pubblicazione (che Medium può sì vantare, ma che anche Tumblr e molte altre alternative offrono) non è il punto di forza principale — la ragione per cui tanti scelgono Medium è invece il social network Medium, il fatto che un contenuto su Medium ha più possibilità di venire letto e diventare popolare che uno ospitato su un blog personale sconosciuto. Medium è sempre stato, soprattutto, uno strumento per promuovere un contenuto.

Dopo questo annuncio l’attenzione data da Medium all’aspetto sociale aumenterà; secondo le fonti di BuzzFeed già ci sarebbero stati dei cambiamenti per Matter e altre pubblicazioni che Medium possiede, soprattutto una spinta maggiore verso la produzione di contenuti che portino facilmente a condivisioni (come quiz).

Medium permetterà di impostare un nome di dominio personalizzato alle pubblicazioni (psss, qui c’è Bicycle Mind), che potranno così risiedere al di fuori di medium.com. Significa che volendo un autore potrebbe adottare Medium — editor, interfaccia, tipografia e parte social — mantenendo un minimo di identità e indipendenza (non grafica, ovviamente). Per ora l’opzione è in beta e limitata a poche (selezionate) pubblicazioni, ma di fatto risolve molti dei problemi che avevo con il sito.

Scrissi dell’importanza di avere un sito internet personale in un articolo di quasi quattro anni fa:

I servizi web cambiano, muoiono, ne nascono di nuovi e quelli vecchi spariscono. Aprirsi una pagina su Facebook, o avere un proprio Tumblr, non basta: cosa succederà quando Facebook smetterà di essere il social network per eccellenza e Tumblr verrà soppiantato da un concorrente? Semplice: perderete in un colpo tutti i lettori accumulati con fatica nel tempo.

Ecco perché occorre un posto che voi possiate essere certi durerà nel tempo, un posto vostro. Un posto non legato a logiche di mercato, di successo, ma legato a voi che non chiuderà dopo due anni perché non ha abbastanza utenti per sopravvivere.

Un posto che duri nel tempo, invece che gettare contenuti qua e là con la certezza che in futuro spariranno. Medium può essere il posto cool su cui scrivere oggi, ma non lo sarà per sempre e a un certo punto (se le cose vanno come sono sempre andate) la gente si sposterà su un’altra piattaforma.

È intelligente pensare un minimo al futuro (e spingere verso un web meno effimero), non solamente guardare al vantaggio che una piattaforma offre dal punto di vista della distribuzione e promozione oggi.

Medium.com è superfluo?

Matthew Butterick (l’autore del bellissimo Butterick’s Practical Typography) ha risposto a un post uscito su Medium alcuni giorni fa, in cui l’autore illustrava come le macchine da scrivere abbiano contribuito a imbruttire la tipografia. L’argomento del post di Butterick non sono tanto le macchine da scrivere, quanto Medium stesso, e perché esista (una questione interessante, secondo me).

L’idea di uno YouTube dei testi può sembra buona — ma il costo di pubblicazione di un articolo, o gestione del design, è praticamente zero. Secondo Butterick, al web odierno Medium non aggiunge nuove possibilità: ne chiude e basta, limitando le opzioni, racchiudendo tutto nella stessa confezione. Medium priva gli autori del controllo sui propri pezzi, sulla loro presentazione e distribuzione. E nonostante Medium dia molta attenzione alla tipografia e alla presentazione, questa rimane identica per ogni testo: se il ruolo della tipografia è migliorare il testo per il lettore, testi differenti richiedono tipografia differente.

Ogni storia su Medium si presenta in ugual modo — come proveniente più da Medium, che da un autore specifico. Personalmente, non capisco chi ha un blog e decide di pubblicare pezzi su Medium, a meno che non lo si faccia per ottenere una maggiore diffusione. Perché a questo Medium si riduce: a uno strumento per promuovere un “contenuto”. Medium non è uno strumento per la scrittura, ma per la promozione della scrittura.

Medium serve a creare l’illusione che tutto quello che sta al suo interno faccia parte di un ecosistema editoriale. Medium vorrebbe, come il New York Times, riuscire a conferire autorità ad un pezzo semplicemente mettendoci il suo logo. Funziona anche grazie ai (pochi) autori che Medium paga per produrre contenuti, che ne portano altri attratti dal “prestigio” della piattaforma.

Medium, scrive Butterick, è marketing al servizio del marketing:

In verità, il prodotto principale di Medium non è una piattaforma per la pubblicazione, ma la promozione della stessa. Questa promozione porta lettori e scrittori sul sito. Questi generano i contenuti e i dati che servono ai pubblicitari. Ridotto così, Medium è semplicemente marketing al servizio di altro marketing. Non è un “posto per le idee”. È un posto per i pubblicitari. È, quindi, totalmente superfluo.

“Ma cosa mi dici riguardo a tutti gli articoli scritti su Medium?” La misura dell’inutilità non risiede negli articoli. Piuttosto, risiede in ciò che Medium aggiunge alla scrittura e agli articoli. Ricordate la questione iniziale: in che modo Medium migliore Internet? Non ho trovato una singola storia su Medium che non avrebbe potuto esistere altrettanto bene altrove.

La retorica con cui il sito viene presentato — il posto in cui scambiarsi le idee, una specie di conferenza TED testuale — serve a promuovere un sito di cui potremmo tranquillamente fare a meno.

Bellissimo articolo da Designing Medium. Designing Medium è la raccolta di Medium in cui i designer, programmatori e ideatori del sito raccontano, spiegano e giustificato le scelte che hanno fatto. Alla tipografia è stata riposta un’attenzione quasi ossessiva, e i vari problemi (e le soluzioni a cui sono giunti) sono stati esposti nel corso di sei articoli.

Death to Typewriters è uno di questi, in cui Marcin Wichary racconta come le macchine da scrivere abbiano imbruttito la tipografia, portando a un abbandono (nella stampa di massa, prima, nei computer — che hanno influenzato —, poi) di alcune convenzioni che solo adesso — grazie a display retina e HTML5/CSS3 — stanno ricominciando a diffondersi sui nostri schermi, sul web e nel software.

I blame typewriters for double-handedly setting typography back by centuries. Type before typewriters was a beautiful world filled with hard-earned nuance and richness, a universe of tradition and craftsmanship where letters and their arrangement could tell as many stories as the words and passages they portrayed.