Un nuovo trailer di Lo and Behold, il documentario di Werner Herzog su internet e l’intelligenza artificiale. Ne attendo l’uscita trepidante.

Real Life è un nuovo magazine (sponsorizzato da Snapchat) curato da Nathan Jurgenson, uno di quelli che da tempo spiega in maniera più efficiente e intelligente come la rete stia influenzano il nostro modo di comunicare e stare assieme, contestando l’idea molto diffusa che i rapporti che intessiamo online — le nostre interazioni “virtuali” — abbiano meno valore di quelli che intratteniamo fuori dalla rete, solo perché non avvengono in uno spazio fisico ma su internet.

Nathan contesta soprattutto la distinzione fra offline e online, fra reale e virtuale, definendola un “dualismo digitale“. Spiegato, da un articolo di Bicycle Mind di un paio di anni fa, così:

Il mondo puro e naturale come alcuni lo immaginano non esiste, ma è profondamente mediato da una serie di variabili che potremmo anche definire “cultura”. Gli umani sono sempre stati tecnologici: non ha riscontro nella realtà quest’idea di un rapporto umano puro, naturale. Abbiamo avuto tecnologie invadenti per tanto tempo, alcune non le consideriamo più tali semplicemente perché sono recesse allo stato di natura. I nostri rapporti e le connessioni che stabiliamo con gli altri individui sono mediati dall’architettura del luogo in cui ci troviamo, dal modo in cui siamo vestiti, da tutto ciò che ci circonda: internet, la rete, è solo una delle tanti variabili che si è di recente aggiunta. Pretendere di avere accesso a una versione più pura di noi stessi e del mondo facendone a meno è illudersi.

I primi articoli di Real Life sono usciti ieri. L’obiettivo della rivista, come scrive Nathan, è proprio quello di descrivere come viviamo con la tecnologia senza lasciarsi andare ai soliti articoli allarmanti del tipo “internet ci sta rendendo stupidi?”:

Real Life will publish essays, arguments, and narratives about living with technology. It won’t be a news site with gadget reviews or industry gossip. It will be about how we live today and how our lives are mediated by devices. We plan to publish one piece of writing every weekday, though we may eventually expand to other mediums and formats as well. […]

Popular discourse on technology has sustained the idea that there is a digital space apart from the social world rather than intrinsic to it, while popular tech writing is often limited to explaining gadgets and services as if they’re alien, as well as reporting on the companies that provide them. This work is crucial, but writing about technology is too often relegated to the business section. On this site, it will be the main event. We’re not a news or reviews site, but we will describe the tech world—specifically how that industry shapes the world we live in today. To that end, we aim to address the political uses of technology, including some of the worst practices both inside and outside the tech industry itself.

In “The End of Absence” Michael Harris racconta cosa significhi fare parte di quel gruppo di persone che è nato prima di Internet, le ultime che si ricorderanno come si stava prima che internet diventasse essenziale:

Soon enough, nobody will remember life before the Internet. What does this unavoidable fact mean?

For future generations, it won’t mean anything very obvious. They will be so immersed in online life that questions about the Internet’s basic purpose or meaning will vanish.

But those of us who have lived both with and without the crowded connectivity of online life have a rare opportunity. We can still recognize the difference between Before and After. We catch ourselves idly reaching for our phones at the bus stop. Or we notice how, mid-conversation, a fumbling friend dives into the perfect recall of Google.

Com’è che ci annoiamo, nonostante Internet?

Com’è possibile annoiarsi nonostante Google e un accesso illimitato all’informazione come quello che abbiamo oggi, è la domanda a cui sostanzialmente prova a dare risposta un articolo di Aeon Magazine legando fra loro due concetti: quello di informazione e quello del significato che traiamo da essa.

Internet dà accesso all’informazione, che tuttavia è il materiale più grezzo attraverso il quale giungiamo a un significato: uno stream di fatti e opinioni, di cose sensate e insensate, nel quale possiamo andare a pescare per trovare qualcosa di più grande. Non si tratta solo di filtrare il rumore dal segnale, ma con pazienza, tempo e capacità trasformarlo in qualcosa di meglio: in conoscenza dotata di un significato.

La conoscenza inizia ad avere senso quando iniziamo a stabilire delle connessioni, a trarre storie da essa, storie attraverso le quali diamo un senso al mondo e alla nostra posizione in esso. È la differenza fra il memorizzare l’orario dei bus di una città che non visiterai mai e utilizzare quell’orario per esplorare la città in cui sei appena arrivato. Quando seguiamo le connessioni — quando permettiamo alla conoscenza di portarci da qualche parte, accettando il rischio che questo punto d’arrivo cambi lungo il tragitto — questa può dare la nascita a un “significato”.

Se c’è un antidoto alla noia, questo non è l’informazione fine a se stessa ma il significato — che da quando c’è internet in alcuni casi è diventato ancora più difficile da trarre. Perché l’informazione è intrattenimento, a meno che non si vada oltre essa e la si elevi. Perché la ricerca di un significato non richiede solo lo stimolo dato dall’informazione ma anche un impegno nel trovare e costruire dei collegamenti:

Internet è un aiuto incredibile nella ricerca di connessioni che portino un significato. Ma se le radici della noia risiedono nella mancanza di significato, piuttosto che in una mancanza di stimoli, e se esiste un sottile, variegato processo attraverso il quale l’informazione può essere elevata a significato, il flusso costante di informazione a cui stiamo diventando abituati non può aiutarci a portare in atto questo compito. Al massimo, può permetterci di distrarci posticipandolo con un loop infinito di click.

In altre parole, sarebbe necessario “staccarsi” da Internet e dal flusso costante di informazione per riuscire a trovare un significato più profondo della mera acquisizione di essa. “Spegni la macchina, non per sempre, non perché ci sia nulla di cattivo in essa, ma per riconoscere il limite: c’è solo una certa quantità di informazione che siamo in grado di sopportare, e non possiamo andare a pescare nel ruscello [internet] se vi stiamo affogando“.

Appunti sparsi sul dualismo digitale

Appunti sparsi presi allo speech di Nathan Jurgenson all’Internet Festival di Pisa sul dualismo digitale; con aggiunte, commenti e precisazioni personali.

Pensiamo all’online e all’offline come a due entità separate, mentre non lo sono: l’offline è costantemente influenzato dall’online e viceversa. L’online non è un mondo astratto fatto di byte: dietro ai siti e ai social network e a quel mondo ci siamo sempre noi. Abbiamo creato questa finzione del mondo virtuale fatto da chissà chi per crearne, allo stesso tempo, un’altra: quella del mondo reale fatto di campi di grano, pannocchie dorate, gente scalza, aria fresca e rapporti puri senza intermediari, senza interruzioni.

Il mondo puro e naturale come alcuni lo immaginano non esiste, ma è profondamente mediato da una serie di variabili che potremmo anche definire “cultura”. Gli umani sono sempre stati tecnologici: non ha riscontro nella realtà quest’idea di un rapporto umano puro, naturale. Abbiamo avuto tecnologie invadenti per tanto tempo, alcune non le consideriamo più tali semplicemente perché sono recesse allo stato di natura. I nostri rapporti e le connessioni che stabiliamo con gli altri individui sono mediati dall’architettura del luogo in cui ci troviamo, dal modo in cui siamo vestiti, da tutto ciò che ci circonda: internet, la rete, è solo una delle tanti variabili che si è di recente aggiunta. Pretendere di avere accesso a una versione più pura di noi stessi e del mondo facendone a meno è illudersi.

Abbiamo patologizzato la connessione, iniziando a definire come più umano — più autentico — chi non è connesso. Abbiamo costruito una morale e cominciato a considerare la connessione come problematica, quasi una malattia. Abbiamo iniziato a parlare di astinenza dalla rete, quasi fosse una virtù. Ma la visione dualistica, fra vita reale e mondo virtuale, è insoddisfacente: crede che basti disconnettersi per fare a meno della rete. Questa è una concezione più pessimista: puoi anche disconnetterti, ma non ne stai davvero facendo a meno. Apprezzi così tanto il tempo senza rete perché normalmente hai la rete, perché mentre ti godi il gorgoglio del ruscello pensi a quello che ti sei lasciato alle spalle e a cui (sospiro di sollievo) potrai tornare. E comunque: mentre credi di farne a meno ti appoggi ad un mondo che funziona grazie a questa — e indirettamente continui a farne uso. Un po’ come quella persona che non ha il cellulare, però grazie all’uso che ne fanno gli amici riesce a tenersi in contatto.

La persona che pensa più spesso al denaro è quella che non ce l’ha, dicono. Funziona un po’ così: quelli più fissati con la storia del dualismo digitale sono anche gli stessi che alla fine ci pensano di più, e vedono le cose più in antagonismo. C’è sinergia fra i due: c’è un mondo solo, quello reale, e il virtuale ne è parte (come tante altre cose). Invece che purificarci facendo a meno della rete dovremmo impararne a farne un uso migliore. Puoi disconnetterti, e goderti il tempo senza, ma sapendo che ciò avviene perché quando ti sarai stancato del profumo delle margherite potrai riaccendere l’iPhone e leggere le cose interessanti che le persone dall’altra parte del globo stanno scrivendo. Pensa che rottura di palle, altrimenti.

C’è (a volte) un problema di abuso, e di buone maniere, nessuno lo nega. Ma non lo si risolve togliendosi dalla rete. È una soluzione a breve termine, senza futuro, drastica. E comunque, anche volendo, non ci si riesce — se non in apparenza.

Un articolo pubblicato da Monkey See, un blog della NPR, sull’ansia del consumo — di articoli, informazioni, libri, tutto quanto insomma. Da leggere quando ci sentiamo in colpa perché ignoriamo la timeline di Twitter, lasciamo che il lettore di feed RSS accumuli articoli o posticipiamo la lettura di un pezzo a Instapaper. Internet è piena di cose magnifiche, e finiremo per perdercele quasi tutte. La soluzione sta nell’accettare questo fatto, selezionando con cura, evitando di arrendersi alla mole:

It’s an effort, I think, to make the world smaller and easier to manage, to make the awareness of what we’re missing less painful. There are people who choose not to watch television – and plenty of people don’t, and good for them – who find it easier to declare that they don’t watch television because there is no good television than to say they choose to do other things, but acknowledge that they’re missing out on Mad Men — which is surrender[1. Più tecnicamente definito l’approccio alla Paul Miller al problema]. […] If “well-read” means “not missing anything,” then nobody has a chance. If “well-read” means “making a genuine effort to explore thoughtfully,” then yes, we can all be well-read. But what we’ve seen is always going to be a very small cup dipped out of a very big ocean, and turning your back on the ocean to stare into the cup can’t change that.

A rischio sbadiglio

Massimo Mantellini, su Paul Miller e quelli che lasciano Internet:

Molte di queste discussioni sono da tempo inutili e a rischio sbadiglio: in alcune occasioni perfino un po’ capziose. Non occorre mandare un volonteroso hacker 25enne fuori da Internet per un anno a leggersi i Miserabili per scoprire che Internet in fondo serve, così come non sarebbe stato necessario scollegarlo bruscamente per comprendere che se abbiamo 100 pagine da leggere senza Twitter le leggeremo meglio e più in fretta.

Le discussioni sul dualismo Internet grande occasione/Internet grande rischio sono tutte, perfino quelle più brillanti, destituite di fondamento se il tema sul tavolo è quello di una ipotetica decisione da prendere al riguardo: ciascuno di noi, pensosamente solo, di fronte al grande dilemma, chiuso nella propria cameretta. Non ci sono decisioni da prendere, né dilemmi da sciogliere, solo prassi da consolidare e nuove usanze da codificare e migliorare.

Leggo diversi commenti su quanto sia interessante l’esperimento di Miller. Ho espresso ripetutamente i miei dubbi, in breve io credo non solo che abbandonare la rete per un anno non giovi granché ai problemi che uno ha con Internet (è una soluzione solo in parte, ed è la peggiore e più drastica), ma che la cosa di per sé sia una trovata non tanto originale e, per chi guarda, pallosa — un esperimento non dei più necessari, se vogliamo. Dietro poi c’è l’idea un po’ superba che forse tutti stanno sbagliando, e io senza rete posso farcela meglio del resto del globo che ha deciso di esserne schiavo. Ritrovare se stessi facendo a meno di uno strumento. Invece poi si scopre che il resto dell’umanità non è scema, e che un po’ come la corrente elettrica e gli altri progressi tecnologici, Internet serve (che è diverso da fondamentale per la vita, ma comunque torna in molti casi utile). Lo ha scritto Miller stesso l’altro ieri, nel suo primo post da quanto è tornato su Internet, “I thought the internet might be an unnatural state for us humans, or at least for me.” Into The Wild, reloaded.

C’è la solita dicotomia, offline e online, uno è finzione e l’altro e realtà, virtuale verso vita vera e pura, rapporti fittizi contro rapporti veri. Forse il commento più interessante su questa infinita discussione sulla relazione fra mondo “reale” e Internet viene da Nathan Jurgenson:

There’s a lot of “reality” in the virtual, and a lot of “virtual” in our reality. When we use a phone or a computer we’re still flesh-and-blood humans, occupying time and space.

Ci sono molte cose da cui noi umani siamo diventati dipendenti, e non per forza dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo utilizzarle intelligentemente, questo sì. Dobbiamo migliorarle e migliorarne l’uso che ne facciamo. Forse sono io, ma leggendo Miller durante l’anno raramente ho trovato riflessioni che mi hanno fatto pensare ne sia valsa la pena, e molte delle conclusioni e scoperte potevano essere raggiunte e immaginate senza cimentarsi nell’impresa.

L’esperimento è stato interessante? Yawn. Sapete cosa è interessante? Utilizzare Internet in maniera proficua per migliorarla e migliorare quello che ci sta attorno. Non fare un passo indietro, spaventati.

Come avrete capito dai diversi post che ho scritto sull’argomento, sono convinto che la risposta all’information overload che prevede che ci si privi della rete per riacquistare l’attenzione perduta sia sbagliata: perché mette il focus sul soggetto sbagliato (la rete, e non l’individuo e l’uso che ne fa di questa rete) e perché non risolve nulla, se non temporaneamente (poi in rete ci si torna, e la si usa come prima).

(Lo sguardo dell’artista)

Non posso quindi che apprezzare l’articolo apparso sul Wall Street Journal: «Il futuro non appartiene a quelli che abbassano il volume, cancellano le proprie iscrizioni, o si disconnettono.» Appartiene a quelli che hanno imparato a selezionare, limitare e variare l’informazione che consumano:

Yes, there are times to unplug. Effective people in any occupation do not zoom at warp speed continuously; even field generals retreat to move forward. Finding time to pause, think, reflect, recharge, and be creative is absolutely essential to success in any field. We need to take stock of things overlooked in the hubbub of daily life.

The future belongs not to those who turn down the volume, cancel their subscriptions, or unplug. Instead it will go to those who vary their information diets, listen for important but subtle “weak signals,” and go out into the world to discover remarkable people, ideas, places, products, and services for themselves. Take it all in, as the discerning omnivore you ought to be.

Via | Giuseppe Granieri

Mafe De Baggis:

Le relazioni online sono come le relazioni offline: poche sono profonde, moltissime sono superficiali, altrettante sono opportunistiche, di maniera o false.

Abbiamo assorbito così tanto la logica dei social network che oramai pensiamo a come racconteremo quello che stiamo vivendo nel momento stesso in cui lo stiamo vivendo. Ogni istante è carico di potenzialità digitale e pensiamo a come raccontarlo e catturarlo, come ironizza la copertina del New Yorker in edicola.

Sull’argomento si è espresso Nathan Jurgenson sul The New Inquiry, sostenendo che la linea di separazione fra vita online e offline sia più che altro fittizia:

Risolvere questo dualismo significa anche risolvere la contraddizione: magari non riusciremo mai a disconnetterci completamente, ma in nessun modo questo implica una perdita dei rapporti faccia-a-faccia, la lenta, analogica, profonda introspezione, le lunghe camminate, o il sottile riconoscimento per la vita senza schermo. Apprezziamo tutto questo più che mai. Cerchiamo solamente di non pretendere di fare parte di qualche elitario gruppo speciale che ha accesso alla vera e pura esperienza offline, trasformando qualcosa di reale in un feticcio.

Il web ha un intreccio stretto con il “mondo reale”, la nostra vita su Internet non è separata dalla nostra vita fuori da Internet. Siamo sempre noi, che ci esprimiamo in modi, seppur diversi, sempre veri.

La mistificazione delle conversazioni faccia a faccia

Sherry Turkle — autrice di Alone Together — ritiene che abbiamo sacrificato la “comunicazione” per una mera connessione. Ne ha scritto in “The Flight From Conversasion“, assieme ad altre asserzioni più o meno condivisibili. Che frequentemente si condivida senza pensare alla cosa condivisa, riponendo quasi più valore nell’atto stesso che nel messaggio, è quanto mai vero. Che spesso abusiamo della connessione è un’idea tanto giusta quanto banale: sì, a volte ci lasciamo prendere da internet, ne facciamo un uso smodato e finiamo col venirne completamente assorbiti. L’invito — presente nell’articolo — ad usare i nostri iPhone più consapevolmente, che significa evitare di avere uno sguardo perennemente fisso sullo schermo, alienati dal mondo esterno, è senza dubbio apprezzabile.

Molto di discutibile ci sarebbe invece nel modo in cui Turkle presenta le conversazioni reali [1. Reali, secondo lei, sono tutte le conversazioni che non avvengono in rete], fra due o più persone sedute davanti ad una tazza di caffè, contrapponendole a quelle che avvengono online. Le conversazioni faccia a faccia, dice, sono lente, insegnano ad essere pazienti, sono formate da interlocutori completamente dediti alle stesse e pronti a dedicare il loro tempo alla persona che hanno di fronte.

Io ritengo questo sia falso, sia una mitizzazione delle conversazioni volto a volto — che possono essere anche così ma molte volte non lo sono. Frequentemente sono caotiche, composte da gente interessata solo alla sua opinione e poco accorta nell’ascoltare quella altrui, alcune sono piene di ragionamenti e argomenti fallaci, ai quali non si ha tempo di ribattere, ad altre si ribatte troppo in fretta, alzando i toni e zittendo il nostro interlocutore. Riassumendo, capita che siano meno valide di quelle online. Non è una regola, così come altrettanto non dovrebbe esserlo la visione proposta da Turkle, la quale invece dice che “non importa quanto siano di valore, [Twitter, facebook, le email] non sostituiscono le conversazioni reali” e aggiunge “non funzionano bene quando dobbiamo capire e conoscere una persona”. Sono contrario, credo che la rete e, in definitiva, le parole scritte possano aiutarci a conoscere meglio una persona, o a conoscere parti di lei che a voce abbiamo perso, siano insomma un’integrazione di quella persona. Le conversazioni virtuali sono, se condotte con “fatica”, intesa come dedizione e attenzione, paragonabili a quelle reali, altrettanto valide. Ne parlavo, riguardo questa mia convinzione, lo scorso febbraio in un articolo, “Connettersi meglio“.

Per concludere, c’è un ultimo argomento che Turkle propone, marginalmente in questo articolo ma frequentemente nei suoi scritti. Riguarda l’isolarsi momentaneamente durante una conversazione, nascondersi dietro allo schermo dell’iPhone o iPad mentre si è in presenza di una persona. Questa cosa che ci distraiamo, che anche se siamo in compagnia di altri non ci facciamo problemi ad usare la rete, o inviare SMS, ignorando la persona che abbiamo di fronte. L’argomento ottiene sempre un ampio consenso — “ecco come ci ha ridotto la tecnologia” o, per usare le parole di Turkle, “insieme ma soli“.

La cosa è fastidiosa, se si prolunga nel tempo e a seconda del modo in cui la si compie, ma dobbiamo evitare anche in questo caso di pensare in maniera estremista. A me capitava prima dell’iPhone di isolarmi momentaneamente durante una cena con più persone; davvero i presenti credevano che prima degli smartphone io fossi attento e vigile come ad una lezione universitaria, senza mai distrarmi né dedicarmi ad altri pensieri, ai miei pensieri? Davvero credete che le persone abbiano iniziato a rifugiarsi in se stesse con l’avvento dello smartphone?

Vige la regola del buon senso. Il buon senso di chi parla, a non sentirsi mortalmente offeso se qualcuno si dedica momentaneamente al proprio iPhone, e al buon senso di chi ascolta, a non passare l’intera serata nel suo smartphone; inviando SMS ogni cinque minuti.

We, the Web Kids“, di Piotr Czerski; pubblicato dall’Atlantic e tradotto in italiano da Internazionale:

Abbiamo imparato ad accettare che troveremo molte risposte anziché una sola, e da queste possiamo dedurre la versione più probabile scartando quelle che ci sembrano meno credibili. Selezioniamo, filtriamo, ricordiamo e siamo disposti ad abbandonare le informazioni che abbiamo in favore di altre aggiornate e migliori, se ne troviamo.

Per noi il web è una sorta di memoria esterna condivisa. Non dobbiamo ricordare dettagli superflui: date, calcoli, formule, nomi di strade, definizioni particolareggiate. Ci basta avere un riassunto, l’essenziale per elaborare le informazioni e riferirle ad altri. Se ci servono i dettagli, possiamo recuperarli nel giro di pochi secondi

C’è qualcosa di molto vero, in queste parole. Ma soprattutto c’è l’importanza, oggi quanto mai tale, di essere in grado di filtrare l’informazione e distinguere quella rilevante, e veritiera, da quella che non vale nulla. Su Internet si trovano articoli e saggi per avvallare qualsiasi ipotesi e, con un click in più, per smontarla. Sta alla persona, e alla sua bravura nel filtrare e orientarsi in questo “nuovo mondo”, capire e scegliere correttamente a cosa prestare la sua attenzione.

Connettersi meglio

Beppe Severgnini ha così descritto, sul Corriere, l’effetto della sua volontaria astinenza da Internet per sette giorni:

Mi accorgo di essere meno distratto, e la concentrazione risulta facile. È come se avessi liberato Ram cerebrale. Come succede sotto la doccia o in volo sugli aerei, due luoghi offline (per adesso).

Nel 2010 anche una giornalista di The Millions, Edan Lepucki, si gettò in questo esperimento giungendo ad una sensazione simile a quella descritta da Severgnini, una sensazione di libertà e di leggerezza — non aveva più il peso ossessivo degli articoli ancora da leggere, né l’ansia dei tweet in costante arrivo.

Per quanto condivida questa sensazione, che a mia volta ho provato nei sempre più rari momenti in cui la rete mi abbandona, dobbiamo convenire che la soluzione attraverso cui “la tranquillità” è stata raggiunta — ovvero togliere internet dalla propria vita, del tutto — non è praticabile, né tantomeno utile. Infatti si finisce col fare come Severgnini, che allo scadere dei sette giorni corre su twitter a vedere cosa si è perso, quasi sollevato che l’incubo sia terminato.

Nella nostra vita non possiamo leggere tutti i libri che ci interessano, né vedere tutti i film mai girati. È triste, ma abbiamo imparato a farcene una ragione e a scegliere meglio, a causa di questa situazione, a cosa dedicare il nostro tempo. Allo stesso modo, dobbiamo accettare il fatto che ci perderemo tantissimi articoli, non avremo mai il tempo necessario per stare dietro a twitter e molte delle cose salvate su Instapaper non le leggeremo mai. Pazienza. Dobbiamo riuscire a liberarci dell’ansia a cui notizie sempre nuove e per noi interessanti ci inducono, l’ansia di rimanere indietro rispetto al loro flusso costante; dobbiamo imparare a ignorarle, a ridurre l’informazione e smettere di dare la colpa alla tecnologia e all’informazione stessa, se questa ci riempie inverosimilmente le nostre vite.

«Si può avere l’informazione o si può avere una vita, ma non tutte e due le cose» — Douglas Coupland, Le ultime cinque ore (*)

La colpa è nostra, se consumiamo troppe cose il problema siamo noi. Che senso ha disconnettersi da Internet per una giornata, come molte famiglie scelgono di fare di domenica? Invece di concedersi un fugace momento di pace, non sarebbe meglio adattare la rete alle proprie vite e fare in modo che la sua presenza non ci disturbi? In ‘Plug In Better‘, un manifesto pubblicato sull’Atlantic, l’autrice suggerisce di utilizzare meglio i propri strumenti: la soluzione non è privarsi di questi, ma farne buon uso. Evitare le distrazioni, l’information overload, le costanti notifiche e tutte quelle cose che ci rendono infelici.

Io sono del medesimo parere: invece che privarti di Internet, utilizzalo meglio. Non abbiamo bisogno di una giornata di riposo dalla tecnologia. Se ciò di cui incolpiamo la rete è distrarci dai rapporti umani allora abbiamo bisogno di imparare a connetterci meglio con gli individui, attraverso essa.

(Sulla condivisione inconsapevole)

Se permettiamo a noi stessi di dare la colpa alla tecnologia di distrarci dai nostri figli o dai rapporti con la comunità, allora la soluzione al problema diventa semplicemente fare a meno della tecnologia” [1. “We Don’t Need Digital Sabbath“, The Atlantic]. Ma è assurdo dare la colpa della perdita dei rapporti umani ad un mezzo che dovrebbe “connetterci” maggiormente.

Connettersi meglio significa ridurre il numero di tab aperte, disattivare i flussi di informazione che abbiamo costantemente attivi e, una volta eliminate le distrazioni, dedicarsi ad una sola persona. Scrivergli una lunga mail, conversare con lei attraverso Skype — scegliere e preferire questi sistemi agli SMS, ai messaggi istantanei, a facebook. Scegliere di seguire una conversazione lunga e profonda con Internet, evitando fretta e distrazioni, evitando il multitasking.

Il tipo di connessione che si instaura con quella persona non è forse profonda, in buona parte, tanto quella che avremmo ricavato con lei davanti ad una tazza di caffè? Perché qualificarla come necessariamente inferiore? È diversa, questo è certo, ma non è meno profonda. La rete può rivelarsi a sua volta utile per stringere rapporti umani.

Il nostro riserbo nel definire una connessione come quella sopra descritta reale (e profonda), ovvero ciò che ci spinge, alla fine, ad attribuirgli un valore inferiore rispetto ad un incontro avvenuto in un luogo dotato di coordinate spazio/temporali deriva dal fatto che spesso siamo portati a considerare la vita su Internet una cosa a sé stante, diversa dalla vita nel mondo reale.

Dovremmo dimenticarci dell’acronimo I.R.L, la nostra vita su Internet non è separata dalla nostra vita “offline”. Sono parte integrante della medesima vita: io sono la stessa persona, in rete e fuori dalla rete. Ne dà dieci ragioni Alexandra Samuel, in questa conferenza TED.

Può essere bello privarsi della rete per alcuni giorni — ci sentiamo più liberi, come Severgnini. Perché, ammettiamolo, è difficile liberarsi delle distrazioni. Così difficile che è più facile privarsi del tutto del mezzo — un po’ come (D.F.) Wallace, che ammise di non avere la televisione perché altrimenti l’avrebbe guardata mattina, giorno e sera.

Eppure non può essere la soluzione, non può essere la soluzione perché in un futuro sarà sempre più difficile fare a meno della rete e quindi raggiungere la pace attraverso l’assenza di essa.

La soluzione, per forza di cose, dev’essere la seconda: imparare a connettersi meglio. O, in altre parole: quello di cui abbiamo bisogno non è una vacanza lontani della rete, ma riuscire a sfruttare meglio il nostro tempo online. Anche se non sarà facile.

Clay Johnson è l’autore di “The Information Diet“, un libro che dovrà uscire il prossimo 9 Gennaio la cui tesi è che il termine information overload – designato ad indicare un sovraccarico eccessivo di informazioni – sia scorretto: utilizzandolo si incolpa l’informazione. Al contrario, secondo Johnson la colpa sarebbe da invididuare più giustamente nel consumatore stesso, che si rivela incapace di scegliere correttamente le fonti; scegliendone troppe, scegliendole scadenti, superflue e rumorose.

L’autore ne ha discusso in un recente articolo apparso su O’Reilly Radar:

Non diremmo mai che qualcuno sta soffrendo di obesità a causa di un overload di cibo. […] In altre parole, non soffriamo di information overload – soffriamo di un consumo eccessivo di informazioni e di cattive abitudini. La soluzione è semplice ed efficace come le diete per il cibo. Riguarda il costruire delle abitudini e delle scelte sane per sé stessi, e mantenerle.

Non so se condivido la tesi. O, meglio: la condivido, ma solo in parte. Però il libro pare interessante e penso lo leggerò, il 9 Gennaio.

Il piacere di leggere in un’epoca di distrazioni

Mi scontro con sempre maggiore frequenza in testimonianze di persone, un tempo avide lettrici, che lamentano di non essere più in grado di leggere con l’attenzione e l’immersione che anni fa erano solite raggiungere. Non leggono più, o leggono superficialmente. Non sono più capaci di ignorare l’ambiente circostante e perdersi all’interno della narrazione. Capita con i libri, ma non solo: capita anche con gli articoli che superano le tre pagine. E capita anche a me: ad un certo punto, inizio a chiedermi se non ci sia altro di meglio in giro, a guardare il cellulare, a leggere i tweet e i feed rss. Mi distraggo.

Ne parlo perché settimana scorsa ho letto un libro molto interessante a riguardo: “The Pleasure of Reading in an Age of Distraction“. L’ha scritto Alan Jacobs nel 2010, ed inizia con una citazione a “The Shallows” (pubblicato in Italia con questo titolo: “Internet ci rende stupidi?“), un saggio di Nicholas Carr:

Negli ultimi due anni, ho avuto l’inconfortevole presentimento che qualcuno, o qualcosa, stesse giocando con la mia mente, riprogrammando i circuiti neuronali. La mia mente non se ne sta andando ma sta cambiando. Non penso più nel modo in cui ero solito pensare. Riesco a sentirlo soprattutto quando sto leggendo. Immergere me stesso in un libro o in un lungo articolo mi risultava facile. La mia mente si lasciava prendere dalla narrazione, e spendevo ore passeggiando lungo tratti di prosa. Questo mi succede raramente oramai. La mia concentrazione inizia a svanire dopo due o tre pagine. Divento irrequieto, perdo il filo, inizio a cercare altro da fare. Il deep reading che era solito venirmi naturale è diventato una lotta.

L’idea di fondo di Jacobs è che, al contrario di quel che potrebbe sembrare, i lettori non stiano diminuendo, che non siano meno di un tempo le persone che si perdono all’interno di un libro, le persone che – per citare Lynne Sharon Schwartz – dicono “Ho fatto quello che le altre persone fanno, posso tornare ai miei libri adesso?”

La tecnologia non sta uccidendo i lettori, anche perché il libro stesso era una tecnologia: piuttosto, i lettori sono sempre stati una minoranza e sempre lo resteranno. Ma allora, non sta succedendo nulla? No, Jacobs riconosce che ultimamente molti, a causa della rete, si sono distratti. Ma crede anche che col tempo e con la volontà – e soprattutto con questa, intesa come desiderio di leggere, più che forza di volontà – quelle stesse persone possano riacquistare la capacità di perdersi all’interno di un testo. Tuttavia, sottolinea, quelle che ce la faranno saranno comunque poche, una minoranza, perché la maggior parte della gente non trae piacere della lettura, non è interessata ad essa se non come mezzo attraverso cui diventare più saggia. Non vede la lettura come fine a se stessa ma come uno strumento attraverso cui ricavare informazioni.

Ma per capire il discorso, è necessario prima definire cosa sia la lettura. Jacobs si concentra su quel tipo di lettura che definisce con il termine “deep reading“, in contrasto con lo “skim reading“. Lo skim reading consiste nel scandagliare velocemente una pagina riuscendo ad estrapolarne le informazioni principali senza doverla leggere per intero. Questo tipo di lettura è fondamentale nell’epoca in cui viviamo ed è bene saperla praticare, soprattutto in rete. Tuttavia, Jacobs è più interessato al deep reading, meno diffuso.

Il deep reading comporta, come il termine stesso suggerisce, una lettura intensa, un’immersione nel testo. Significa quindi che ti dimentichi di quel che hai attorno e ti perdi totalmente nella narrazione, lasciandoti trasportare e catturare da essa. È ovvio, una volta spiegate le differenze fra le due diverse modalità, che corrispondono anche a due tipi di testi differenti:

  • Il primo tipo, lo skim reading, è utile in rete, durante lo studio, con saggi e documenti. Libri con cui dobbiamo continuamente fare una pausa, interrompere la narrazione per riflettere su quanto abbiamo letto e magari scrivere a margine degli appunti.
  • Il deep reading, invece, corrisponde ai romanzi. Corrisponde a quei tipi di testo con cui dobbiamo smettere di interessarci del mondo esterno per entrare all’interno del mondo narrato.

Secondo Jacobs, come ho già anticipato, il deep reading è sempre stato praticato da una minoranza di persone e sempre lo sarà. Perché il deep reading comporta anche un’altra cosa: che uno tragga piacere, da esso. Uno dei passaggi fondamentali di “The Pleasure of Reading in an Age of Distraction” è infatti questo: leggete non per diventare più saggi, non per trarre informazioni da un saggio, ma per il vostro piacere. Non trasformate la lettura nell’equivalente intellettuale di consumare verdura organica, ammonisce Jacobs.

Di conseguenza, leggete per leggere. Read at Whim, è il comandamento ripetuto più volte nel saggio:

Dimenticate per un attimo come i libri dovrebbero essere letti: perché dovrebbero essere letti? La prima ragione è che leggere libri può essere immensamente piacevole. Leggere è uno dei grandi piaceri umani.

Questo tipo di lettura non tocca tutti. Molti non traggono piacere dal leggere libri. Ma poniamo che voi rientriate nella prima categoria di persone, quelle che devono assolutamente leggere perché la lettura è per loro fonte di piacere e che dunque sono tristi, di aver perso questa capacità ultimamente: come fare a riacquistarla?

Jacobs dà delle istruzioni, degli avvertimenti. Il primo dei quali è: leggete con calma. Leggiamo tutti troppo velocemente, anche se non ce ne rendiamo conto. Questo perché spesso abbiamo l’ansia di finire un libro, per passare al successivo. O perché, semplicemente, a scuola non ci hanno mai abituati al deep reading. Ma non stiamo leggendo quel libro per poter dire agli altri di conoscerlo: lo stiamo leggendo perché l’azione ci procura del piacere. Quindi, ricordiamoci di leggerlo con calma.

Io credo che molte persone leggano velocemente perché non vogliono leggere ma vogliono aver letto. Ma perché vogliono aver letto? Perché, io credo, concepiscono la lettura semplicemente come un modo attraverso cui caricare informazioni nelle loro menti.

Il consiglio, seppur sembri in contrasto col tema iniziale, pare essere questo: leggete di meno. Non per poter lasciarvi distrarre dalle notifiche del vostro cellulare o dal continuo flusso di informazioni esterno, ma per concentrarvi maggiormente su pochi testi piuttosto che freneticamente e parzialmente su tanti. Così facendo, infatti, si diventa meri scanner, come ha scritto Stefano Bartezzaghi su Doppiozero:

Ora non mi càpita più. Non mi chiedo se sbaglio o no, mi chiedo se sia un peccato (da intendersi in senso laico) o no. Non potrei fare diversamente, così come non posso più stare sveglio: mi addormento anche se tengo la luce accesa e il libro in mano. Di buono, a non leggere sempre e furiosamente, c’è che si guadagna tempo per pensare. Cioè per leggere sé stessi, ivi comprese le proprie letture. Le ricette gaddiane di “I viaggi, la morte” (non il libro, ma proprio il capitolo da cui il libro prende il titolo) si possono applicare non solo a viaggiare o stare (sedere, come i sedenti di Gadda e i sedentari del dizionario) ma anche a leggere sempre o non sempre. Leggere solo libri, senza mai leggerne la propria lettura, non basta: si diventa come scanner.

Altri consigli? Evitare le liste di libri da leggere. La maggior parte delle persone non legge per il piacere di leggere ma per aver letto. E quindi fa delle liste. Dostoevskij? Letto, tiriamoci una linea sopra. Evitatele assolutamente: non dovete collezionare un triste elenco di libri consumati. Se quello è il vostro scopo, ciò che vi motiva alla lettura, tanto vale che consultiate il riassunto del suddetto libro su wikipedia.

Per la stessa ragione, rileggete i libri già letti. Appunto perché non dovete avere nessuna ansia di far numero, prendetevi del tempo per rileggere quei libri che vi hanno emozionato e che sicuramente saranno in grado di farlo nuovamente, ad una seconda lettura, rivelando nuove sfumature.

Jacobs suggerisce anche di lasciarsi guidare dalla serendipity. Ho notato spesso, come l’autore, che fare un programma di lettura non funziona mai. Una volta che un libro è in quel programma, sono certo che non lo leggerò. Ne troverò uno a caso su uno scaffale di una libreria che improvvisamente mi sembrerà più interessante di quello programmato, e finirò col scegliere quello. Lasciatevi quindi guidare dalla casualità.

Per concludere; è vero il presupposto iniziale, che abbiamo smesso di leggere? Sì e no. Sì perché è inconfutabile che le nostre menti siano più propense alla distrazione grazie ai continui flussi di notifiche, informazioni, svaghi e alternative. È inconfutabile che abbiamo sempre qualcosa da fare oltre a quello che stiamo facendo, e che molto spesso tentiamo un disperato e fallimentare multitasking che risulta incompatibile col deep reading e nemico della lettura immersiva. Sia chiaro che, come spiega l’autore, il problema non è il multitasking in sé e per sé – l’abbiamo sempre praticato, il multitasking – ma il fatto che siamo sempre in modalità multitasking, sempre interrotti da nuovi stimoli. È questa la differenza, rispetto al passato.

Potremmo a questo punto, già che ci siamo, tanto oramai il post è venuto fuori lunghissimo e tanto vale rafforzarne le dimensioni, e sottolineo anche che se siete arrivati fin qua in un’unica lettura è probabile che il problema sopra descritto nel vostro caso non sussita ma dicevo, mi son perso, ecco vedete, mi distraggo, che potremmo a questo punto citare una parte del discorso che David Foster Wallace tenne nel 2005 ai laureati del Kenyon College, “Questa è l’acqua“:

Vent’anni dopo la mia laurea, sono arrivato a capire che il cliché che le arti liberali insegnino come pensare è in realtà una semplificazione di un’idea più profonda, più seria: imparare come pensare significa realmente imparare come esercitare del controllo su come e cosa pensi. Significa essere consci e abbastanza consapevoli da scegliere a cosa prestare attenzione e scegliere come costruire il significato dall’esperienza.

Esercitare un controllo, poter scegliere come e a cosa prestare attenzione. Evitare il multitasking e prediligere, fra i centomila stimoli esterni, quello che più ci è caro. Per citare un’ultima volta Lynne Sharon Schwartz, prima o poi – indipendentemente dal caos che lo circonda – il vero lettore, colui che ricava piacere dalla lettura, spegne il suo iPhone e decide che è arrivato il momento di finirla coi tweet per tornare ai suoi libri.